Lunedì
19 gennaio 2015 si è svolto presso la parrocchia di Santa Lucia il
terzo incontro del percorso per adulti promosso dall'Azione Cattolica
interparrocchiale sul tema "Contempl-attivi - Vivere e servire la
giustizia"
Dopo una breve introduzione di Filippo De Bellis, ha preso la parola il
magistrato Roberto Rossi che
ha sottolineato l'importanza dell'AC nella sua formazione religiosa e
umana e, ricordando l'esempio e la tragica fine di Vittorio Bachelet, ha
notato che oggi spesso i magistrati soiano martiri della fede.
Bachelet fu ucciso in un periodo difficile per l'Italia, in cui il paese era in bilico e la democrazia a forte rischio.
Eppure
la sua tragica fine rappresentò anche un segno di speranza, grazie al
gesto spontaneo del perdono degli assassini da parte di suo figlio
durante il suo funerale.
Bachelet era una figura molto impegnata, ma anche molto presente nei riguardi della famiglia e dei colleghi.
Una
persona di grande mediazione, che non considerava la politica come
luogo del conflitto, dello scontro ideologico, ma come terreno dove
prendere decisioni comuni, mediando tra le diverse idee, mettendo
insieme le persone, nonostante le differenze.
Un
metodo appreso forse nell'Azione Cattolica. basato in primo luogo
sull'ascolto, primo passo per provare a mettere insieme persone con idee
differenti.
Roberto Rossi, nei suoi quattro anni a Roma presso il
Consiglio Superiore della Magistratura ha potuto verificare di persona
quanto sia ancora vivo il ricordo di Bachelet e attuale il suo metodo,
basato sulla capacità di fare comunione e mettere insieme pezzi di
vita.
Altri importanti testimoni del vangelo in magistratura sono
stati Rosario Livatino e Guido Galli, entrambi oggi in via di
beatificazione ed entrambi uccisi solo perché svolgevano bene il proprio
lavoro.
Vivere il vangelo nel mondo della giustizia non implica
grandi lotte, grandi gesti, ma spesso solo la testimonianza frutto del
quotidiano, la capacità di lavorare intensamente, ascoltare e
soprattutto non considerarsi migliori degli altri, sia dei colleghi, sia
di chi si va a giudicare. È importante imparare a lavorare insieme agli
altri, unendo le persone.
Provocatoriamente, Rossi ha fatto
notare che il primo entrato in Paradiso non è stato un giudice, ma il
buon ladrone, salvato perché ha riconosciuto l'importanza di Gesù.
Poi
ha citato una frase del Siracide (Sir 7,6 ) posta su un muro della
Corte d'Appello di Bari che dice "Non cercare di divenire giudice perché
la forza del potente non ti faccia arretrare [...]" per evidenziare
quanto il ruolo del giudice serva come limite ai potenti e servizio ai
più deboli.
Il giudice non deve temere il potente e il coraggio è l'unico modo per lavorare bene, senza farsi influenzare dall'esterno.
In questo modo diventa testimone, non per le proprie capacità, ma per una scelta di vita.
Ognuno
di noi ha bisogno id fare scelte di coraggio, contro il menefreghismo
attuale, in favore dei nuovi poveri che oggi sono spesso i ragazzi che
si affacciano sul mondo del lavoro.
Il Vangelo ci chiede di fare bene
il nostro lavoro, semplicemente, come servizio ai più poveri, senza
credersi migliori degli altri o voler imporre le proprie idee.
È seguito un ricco momento di dibattito.
Filippo De Bellis ha chiesto se essere magistrato, dover dare un giudizio induce in tentazione, porta al rischio di contiguità al potere.
Antonio Notarnicola
nota come oggi la giustizia sia molto di attualità. Spesso si chiede
che sia fatta giustizia, ma poi non si è mai contenti delle sentenze.
Come mai tanti sono insoddisfatti ? La giustizia umana va d'accordo con
quella divina?Non esiste una soluzione giusta in base al
vangelo o alle relazioni umane, è una questione di applicazione della
legge. Non c'è un valore assoluto valido per tutti, comunque ci sarà
qualcuno insoddisfatto: il condannato, la vittima o i loro parenti.
La giustizia divina va al di là delle nostre leggi.
Il
giudice non deve essere amato, cercare il consenso, ma cercare di
applicare le leggi e rispettarle, correndo il rischio di sbagliare.
Ha
citato come esempio un caso concreto di un errore giudiziario, in cui
il vero colpevole non era quello che si credeva, nonostante le prove e
una confessione di colpevolezza. In questi casi a volte solo l'abilità
del giudice riesce a comprendere la verità dei fatti.
Il
giudice ha il dovere come laico di accertare la verità e individuare il
colpevole, come cristiano di usare misericordia che non vuol dire
astenersi dal condannare o infliggere pene, ma piuttosto evitare ogni
disprezzo morale e comprendere il pentimento.
Nella realtà non c'è
una distinzione netta tra buoni e cattivi. La più grossa tentazione del
magistrato è dire chi è colpevole o innocente, pensare di poter decidere
su tutto (credersi Dio), essere autoreferenziale.
Ricordando in suo
periodo di lavoro al CSM, ha messo in evidenza la difficoltà a dover
decidere chi ha ragione e chi ha torto, di dover infliggere
provvedimenti disciplinari e sanzioni ai colleghi. Il magistrato in
genere non gradisce di essere sottoposto a giudizio e a volte solo
trovandosi dall'altra parte comprende la difficoltà di chi viene
giudicato.
C'è sempre la tentazione del delirio di onnipotenza,
tipico di tutti i luoghi e ruoli di potere (medici, magistrati,
politici, etc).
Per fortuna alla fine dei 4 anni al CSM si torna al
proprio posto e altri giudicheranno il tuo operato; in questo modo si
evita di affezionarsi al potere. Ognuno di noi gestisce un pizzico di
potere. Per non farsi travolgere dalla logica del potere occorre
esercitarlo quasi come un fastidio, come se si fosse costretti a farlo,
ma comunque sempre bene.
Vito Giannelli ha
chiesto come ci si rapporta con la paura di sbagliare, con il conflitto
interno di chi deve giudicare, spesso in base a pochi elementi.Il
magistrato deve accettare il fatto di poter sbagliare e correre il
rischio di fare del male a una persona. Ma c'è un sistema che in parte
permette di riparare; la valutazione di un fatto da parte di più persone
permette maggiore obiettività. Occorre migliorarsi professionalmente
per evitare di sbagliare molto.
Gianni Fraccalvieri,
riallaciandosi all'affermazione che le grandi esperienze sono quelle del
quotidiano, ha chiesto se abbiamo ormai smarrito la capacità di opporci
alle piccole ingiustizie, al non rispetto delle regole. Se abbiamo
paurta di comprometterci ed essere annunciatori di verità.Un altro intervento chiedeva se vista dai palazzi del potere, c'è ancora la speranza di un mondo migliore.
Potremo
stare meglio? Non possiamo tornare indietro, ma c'è una speranza che il
paese e i cittadini possano crescere in positivo, anche come cittadini.
Don Marino,
paragonando il ruolo del giudice a quello del confessore, ha notato la
difficoltà a volte a dare un giudizio in poco tempo, senza la necessaria
preparazione. Le liturgie o le catechesi possono essere preparate,
migliorate con lo studio; la confessione dipende dal soggetto che si
accosta al sacramento, dal rapporto che si crea con il confessore, tutti
elementi che variano in modo imprevedibile.
Filippo Gisotti
ha ribadito che amare Gesù è la condizione necessaria, rifacendosi al
testo diocesano su Nicodemo che ascolta il Signore e si apre alla
speranza, opuscolo che ha consigliato a tutti i presenti.
Don Giuseppe Di Corrado
ha chiesto se la giustizia ha un contenuto di affetto, di amore quando
viene applicata. Spesso anche i cattolici non si comportano in maniera
evangelica e la gente vive la sfiducia verso l'attuazione della legge,
che non aiuta i poveri. Resta solo un desiderio di giustizia.
Nicola Romanelli ha
ribadito che i cristiani non possono avere un atteggiamento passivo e
tristezza nei discorsi. "Non ce lo possiamo permettere" ha concluso
citando il brano di Caparezza perché abbiamo altro dentro, la speranza
che ci viene da Dio.
Anche Michele Gaudiomonte ha
sottolineato la necessità di riscoprire la speranza nel domani e
nell'amore dell'uomo, nonostante il nostro sistema di giustizia si basi
spesso su grandi ingiustizie e disparità di trattamento. Occorre credere
nella novità dei legami e dell'amore profondo.
Antonio Colagrande rappresentante del Consiglio Diocesano Adulti,
dopo aver salutato l'assemblea a nome del Consiglio e elogiato il
percorso interparrochiale in corso, è tornato sulla figura di Vittorio
Bachelet, martire della fede che ha riportato al centro dell'AC (e della
chiesa) l'importanza della scelta religiosa, in un periodo difficile di
contrasto/competizione con i nascenti nuovi movimenti ecclesiali e
rischio di asservimento ai partiti politici.Il giudice
Roberto Rossi ha concluso l'incontro prendendo atto della situazione
drammatica per la giustizia, l'economia e la chiesa, ma ribadendo che la
gente ci chiede speranza, la capacità di guardare al futuro anche
attraverso i piccoli gesti concreti, come spesso fa oggi papa Francesco.
Ha
ricordato che piccoli gesti sono di una forza inaudita e che un buon
giudice deve applicare la legge, senza sconti o accanimenti, ma sempre
senza giudicare le persone.
All'incontro è intervenuta anche la vice presidente diocesana adulti Maria Campanile.